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Home Geografia e Geologia

Geografia, Geologia e Panaro

Panaro spilamberto
Da "L'ambiente di Spilamberto, dal territorio all'educazione ambientale"
Spilamberto 1988
Per gentile concessione dei Prof. F.Corsini e G.Tirelli.




Indice:

1. ASPETTI NATURALI
 
1.1 POSIZIONE GEOGRAFICA E MORFOLOGIA
1.2 IDROGRAFIA
1.3 GEOLOGIA
1.4 METEOROLOGIA E CLIMATOLOGIA
1.5 VEGETAZIONE SPONTANEA
1.6 FAUNA SELVATICA

2. ASPETTI ANTROPICI

2.1 INTRODUZIONE
2.2 LE ACQUE
2.3 IL SUOLO


1. ASPETTI NATURALI
1.1 POSIZIONE GEOGRAFICA E MORFOLOGIA
: Il territorio del comune di Spilamberto, che si estende per 29,52 kmq, si trova geograficamente in posizione sud-est rispetto al grande bacino allu­vionale della pianura padana.
Confina a nord con i comuni di Modena, S. Cesario sul Panaro e Savignano sul Panaro, a sud con Vignola, a ovest con Castelvetro e Castelnuovo Rangone. I confini, nella parte orientale, sono determinati dal fiume Panaro, un'entità fisica; nelle altre parti seguono criteri puramente amministrativi. La superficie territoriale appartiene quasi interamente all'alta pianura mo­denese e a sud sfiora il margine collinare appenninico. Si passa dai 46-48 m. di altitudine in località ponte Guerro ai 150-155 m. della zona di Collecchio.

Quindi la superficie si presenta in genere pianeggiante con pendenza media dell'1 %. Esistono leggere ondulazioni provocate dalle incisioni dei corsi d'ac­qua attuali e dai paleoalvei, cioè antichi letti di fiume. Questi paleoalvei hanno costituito, soprattutto nella parte sud, dei terrazzi fluviali. Due sono molto evidenti perchè la scarpata tra di essi accompagna per un lungo tratto il trac­ciato della strada statale Modena-Vignola. Localmente questi due terrazzi fluviali vengono chiamati "le alte" e "le basse".

1.2 IDROGRAFIA: Il territorio di Spilamberto appartiene al bacino idrografico del fiume Pa­naro che, come si è detto, ne segna il confine orientale. Tutta l'idrografia superficiale risente delle opere dell'uomo, ma possiamo comunque classifi­carla in "naturale" e "artificiale", (vedi carta topografica dell'idrografia). Per quanto riguarda l'idrografia "naturale" essa è rappresentata, oltre che dal fiume Panaro, corso d'acqua principale, anche dai suoi affluenti e su­baffluenti di sinistra: i bacini del Rio Secco e del torrente Guerro. Il bacino idrografico del Rio Secco è formato dalle acque del rio Colombi, del Rio, del rio Collecchio, del rio Pissarola e del Tortigliano. L'origine di questi cor­si d'acqua si trova nelle colline argillose tra il comune di Vignola e quello di Castelvetro. Il bacino del torrente Guerro si sviluppa principalmente nel comune di Castelvetro e solo nel suo tratto inferiore interessa la zona nord del territorio di Spilamberto.
L'ossatura della rete idrografica "artificiale" è formata dal canale S. Pie­tro e dal canale Diamante.
Il primo, che prende acqua dal fiume Panaro, ha origine presso il ponte di Vignola e percorre il primo tratto all'interno del comune di Spilamberto nella zona chiamata "le basse". A monte del centro urbano devia verso ovest e attraversa la parte nord-occidentale del territo­rio comunale, sfiorando il centro abitato di S. Vito.
Il canale Diamante, anticamente, prima dell'abbassarsi dell'alveo del Pa­naro, derivava acqua direttamente dal fiume. Ora prende acqua dal canale S. Pietro in località S. Pellegrino e, dopo aver attraversato il centro abitato di Spilamberto, fiancheggia la strada statale fino alla località Ponte Guerro. Questi due canali interagiscono con una rete di fossi di scolo e di irrigazio­ne notevole sia per estensione che per numero. Da ricordare tra questi ulti­mi, soprattutto per la sua importanza storica, il canalino Castellano che ha origine anch'esso dal canale S. Pietro in località S. Pellegrino.
Non esistono nel territorio depressioni naturali che consentano la raccol­ta di acque stagnanti.

Il territorio è privo di sorgenti tranne che nella parte marginale sud dove l'argilla delle colline viene a contatto con le ghiaie dei terrazzi fluviali del­l'alta pianura.
Come vedremo meglio anche più avanti, tutta l'idrografia superficiale è in stretto collegamento con l'idrografia profonda poiché praticamente l'in­tero territorio considerato fa parte della conoide del fiume Panaro, caratte­rizzata da detriti permeabili.

1.3 GEOLOGIA
Le rocce
Riteniamo utile ricordare che le rocce presenti in natura si classificano, a seconda della loro origine, in tre gruppi: magmatiche, sedimentarie e me­tamorfiche. Le rocce magmatiche sono quelle che si originano dalla solidi­ficazione di magmi, masse fuse. Tale solidificazione avviene sia in profon­dità che in superficie. Le rocce sedimentarie si sono formate: 1) per sedi­mentazione di pezzi di altre rocce aventi varie dimensioni, trasportati dalle acque superficiali; 2) per deposito di determinati sali presenti nelle acque; 3) per azione di organismi viventi. Le rocce metamorfiche sono rocce tra­sformate in profondità per l'azione di forti pressioni e temperature.

Il territorio di Spilamberto è costituito solo da rocce sedimentarie, cioè dai depositi alluvionali portati dal fiume Panaro e dai suoi affluenti. Questo genere di deposito che si trova allo sbocco di un fiume dalla collina all'alta pianura viene chiamato conoide. Quindi il territorio da noi considerato si trova nel settore sinistro dell'ampia conoide del Panaro. La conoide è formata sia in superficie che in profondità da ghiaie sabbiose a vol­te alternate a depositi più fini.
Il margine collinare è formato da rocce sedimentarie diverse e cioè argil­le e sabbie di origine marina che formano lo strato sul quale poi si è deposi­tata la conoide. Questi terreni marini degradano, per cui a Spilamberto li troviamo ad una profondità di circa 100 m. e a Castelfranco Emilia oltre i 400 m. Tutto ciò si è formato a partire dal Pliocene, circa 5 mi­lioni di anni fa, quando la pianura padana era un grande golfo, dopo il quasi totale sollevamento della catena appenninica.
La litologia di superficie è caratterizzata dagli stessi tipi di roccia che ab­biamo visto precedentemente. Il territorio si può suddividere a grandi linee in due fasce: a) la zona sud e la zona est, sulle cui superfici troviamo le ghiaie e le sabbie permeabili che formano la conoide. Esse sono caratterizzate, nella zona delle "alte", da un paleosuolo (antico suolo) rosso-bruno, dovuto a processi di al­terazione subiti da queste ghiaie in periodi climatici caldi (interglaciale

Mindel-Riss). b) La zona ovest e la zona nord. Esse si presentano in modo più composito: infatti troviamo ampie zone limose e sabbiose accanto a ter­reni prevalentemente argillosi. Questi sono di origine marina ai margini col­linari, di origine alluvionale nei pressi di S. Vito.
I terreni in superficie sono molto permeabili poiché sono costituiti preva­lentemente di ghiaia e di sabbia. Ciò determina il passaggio continuo e rapi­do delle acque superficiali alla zona delle acque sotterranee.
Dalle acque superficiali, alle acque sotterranee.
Normalmente un terzo dell'acqua di precipitazione torna ad evaporare, un terzo defluisce in superficie e un terzo penetra nel terreno andando a formare le falde. La zona, in cui tutti i pori del terreno sono occupati da acqua e che necessita alla base di un letto impermeabile, si chiama zona di saturazione. La prima zona di saturazione, che si viene a formare al di sotto della superficie del suolo, costituisce la cosiddetta falda freatica, co­sì chiamata perchè alimenta normalmente i pozzi. In alcuni luoghi, come a Spilamberto, esiste un'unica falda acquifera, in altri, come a Modena, le falde acquifere si ripetono in profondità e prendono il nome di prima, se­conda, .... falda acquifera. La possibilità che si formino variate falde acqui­fere dipende sia dalla quantità di acqua in circolazione nel sottosuolo e sia dalla presenza di numerosi letti impermeabili. In alcune falde acquifere il deflusso delle acque non è libero, ma sotto pressione: si hanno allora le falde artesiane. Le falde artesiane hanno grande importanza perchè il sol­levamento dell'acqua è naturale e spontaneo. Lungo la zona di passaggio dall'alta alla bassa pianura le acque della falda freatica s'innalzano e rag­giungono spontaneamente la superficie del suolo. Dove esistono cavità ar­tificiali o depressioni naturali sufficientemente profonde le stesse acque costituiscono quella particolare serie di sorgenti di pianura che prendono il nome di fontanili. Ne sono un esempio i laghetti di S. Anna nel comune di S. Cesario sul Panaro.

A Spilamberto le falde sono di tipo freatico, diventano artesiane a nord del tracciato della via Emilia. Anche i corsi d'acqua, soprattutto il Panaro, alimentano spesso con le loro acque le falde sotterranee, avendo un letto qua­si sempre permeabile.
Nel sottosuolo, e precisamente nel substrato marino argilloso, esistono idrocarburi, soprattutto gassosi, che vengono prelevati attraverso pozzi. Il metano, prima di essere immesso nella rete della SNAM, viene purificato nella centrale di via Ghiarole.

1.4 METEOROLOGIA E CLIMATOLOGIA
Vengono qui riportati alcuni dati meteorologici:

PERIODO TEMPERATURA MEDIA °C PIOVOSITÀ mm. ACQUA
ANNUALE 13.3 668.5
INVERNALE 3.6 192.7
PRIMAVERILE 13.5 223.4
ESTIVO 23.5 160.0
AUTUNNALE 14.1 239.7

Fonte: "Conoscere l'acqua". Si tratta di dati ottenuti elaborando le rivelazioni effettuate in più annate dalla stazione meteorologica di Modena.

Sulla base dei dati, secondo determinati parametri, il clima è classificato UMIDO. Esso fa parte, in generale, del clima temperato continentale della pianura padana anche se in piccola parte mitigato dall'influenza del litorale orientale. Un clima di questo tipo è caratterizzato da estati calde e umide, ma poco piovose e da inverni freddi e umidi con nevicate. Sono presenti neb­bie e brine e le piogge sono di solito concentrate in primavera e autunno. Le brezze e i venti non sono mai forti.

1.5 VEGETAZIONE SPONTANEA
La vegetazione è fortemente influenzata dal clima, ma esistono poi parti­colari condizioni nel territorio che la possono modificare parzialmente. La fascia dell'alta pianura rientra nel climax della farnia che è caratterizzato da farnie, carpini, frassini, aceri, olmi, .... e nelle zone umide salici, pioppi e ontani. La fascia collinare rientra nel climax della roverella che è caratte­rizzato da roverelle, cerri, carpini, aceri, pini silvestri e salici, pioppi e onta­ni nelle zone umide.
Il territorio di Spilamberto, pur appartenendo quasi completamente alla fascia bioclimatica dell'alta pianura, risente della vicinanza della fascia col­linare. Dato il forte intervento dell'uomo nel nostro territorio sono rimaste piccolissime le aree nelle quali è presente la vegetazione spontanea. Queste aree sono rappresentate dalle sponde dei corsi d'acqua e dagli spazi occupa­ti da qualche siepe superstite.
Lungo i corsi d'acqua si riescono ancora a trovare, tra le specie indigene: salici, pioppi, ontani, olmi, ligustro, prugnolo, biancospino, sanguinello, ro­sa canina, canne, tife, salicaria, rovo; tra le specie importate, ma naturaliz­zate: robinia, ailanto e alcune varietà di pioppi e salici.

L'ambiente siepe, che si può trovare sia lungo i corsi d'acqua e sia come residuo di antiche divisioni di proprietà, costituisce un ambiente di grande interesse tanto da essere considerato un vero e proprio "bosco in miniatu­ra". Infatti le siepi sono composte in prevalenza da arbusti di specie selvati­che autoctone, come il prugnolo, il biancospino, il sanguinello, la rosa cani­na, il bosso, il ligustro, il sambuco, l'acero campestre, accompagnate da spe­cie come la vitalba, l'edera, il convolvolo ecc.. Alla base delle siepi e lungo i corsi d'acqua trovano habitat favorevole quelle erbe ormai eliminate com­pletamente dalla campagna a causa dell'uso dei diserbanti. L'ambiente delle siepi costituisce un rifugio non solo per le erbe spontanee, ma è anche uno degli ultimi luoghi in cui si possono raccogliere, alimentare e riprodur­re diverse specie di insetti, rettili, uccelli e mammiferi.

1.6 FAUNA SELVATICA
La distribuzione e la vita della fauna è legata all'ambiente esistente ed è quindi sensibile al clima, alla vegetazione ecc.... L'ambiente attuale, oltre ad essersi impoverito di vegetazione spontanea, ha subito profonde modifi­cazioni da parte dell'uomo per cui c'è stata una forte limitazione nella fau­na selvatica.
In questa sede ci soffermeremo sui principali tipi di vertebrati tralascian­do gli invertebrati che comunque, soprattutto con il gruppo degli insetti, rap­presentano la popolazione animale più numerosa sia dal punto di vista quan­titativo che per quanto riguarda il numero delle specie.


a) Pesci. Nei corsi d'acqua meno importanti, a causa degli inquinamenti del­le acque, è praticamente scomparsa ogni forma di fauna ittica. Nel fiume Panaro sono riscontrabili l'anguilla, il barbo, il cavedano, la carpa, il pesce gatto, l'alborella....
b) Anfibi e Rettili. Tra gli anfibi ricordiamo: la rana verde, la raganella, il rospo comune, il tritone. Tra i rettili segnaliamo: la lucertola muraiola, la lucertola campestre, il ramarro, l'orbettino, il biacco e la biscia dal collare.
c) Uccelli.
L'avifauna presente nel territorio è opportuno classificarla nel seguente modo:
   
1) stanziale nidificante: martin pescatore, ballerina bianca, passera mattugia, gazza, cornacchia grigia, picchio verde, picchio rosso, allodola, cardellino, verzellino, merlo, allocco, civetta, germano reale (pochi), gallinella d'acqua, tortora dal collare.
   
2) migratori nidificanti: rondine comune, balestruccio, topino, rondone, cinciallegra, cinciarella, allodola, verdone, tortora selvatica, rigogo­lo, pendolino, gallinella d'acqua, usignolo di fiume, capinera.
   
3) migratori non nidificanti: quaglia, pettirosso, folaga.

4) occasionali: airone cinerino, airone bianco, garzetta, poiana, gheppio, albanella minore, ballerina gialla, ghiandaia, barbagianni, gabbiano comune e reale, beccafico, moretta, tuffetto, nitticora.
d) Mammiferi. Tra i pochi mammiferi rimasti ricordiamo: lepre, donnola, ratto e arvicola, topolino di campagna e topo delle case, riccio, ghiro, topo­ragno, moscardino, talpa e pipistrello.

2. ASPETTI ANTROPICI


2.
1 INTRODUZIONE

Il luogo è ricco di boschi di quercia attraversati da un fiume che, nella "maturità" del suo percorso, dà vita all'ambiente. Il fiume Panaro, insieme ai suoi affluenti, essendo libero di mutare il suo percorso a seconda delle piene, ha costituito un ambiente acquatico ricco di vegetazione permetten­do l'insediamento di molte specie animali. Ma nella realtà il paesaggio non è cosi. È completamente diverso perchè l'uomo l'ha profondamente trasfor­mato dimostrando la sua grande capacità di "costruire" ambienti artificiali.
In generale i grandi cambiamenti riguardano l'acqua e il suolo. In riferi­mento all'acqua, è stata attuata la canalizzazione delle acque naturali e la creazione di alvei artificiali. In riferimento al suolo, si è proceduto all'elimi­nazione dei boschi per ricavare terreno agricolo e per dar spazio all'urba­nizzazione. Ora cercheremo di scoprire queste trasformazioni del paesag­gio andando ad individuare la "presenza dell'uomo" in ogni parte del terri­torio.

2.2 LE ACQUE
Per maggior chiarezza suddividiamo l'intervento antropico sulle acque in tre parti:
a) Interventi dell'uomo sulle acque naturali.
Osservando il fiume Panaro il primo aspetto che si nota è la notevole ca­nalizzazione dell'alveo, rilevabile dalle continue arginature che obbligano l'acqua del fiume ad un percorso artificiale. Le arginature più antiche, che troviamo dal ponte di Spilamberto fino al confine con il comune di Vignola, sono costituite da terrapieni che lasciano ancora una superficie abbastanza estesa all'alveo. Successive a queste sono i "muraglioni", cioè argini in cal­cestruzzo che troviamo lungo tutta la sponda spilambertese del fiume. So­no stati costruiti negli anni trenta per recuperare all'agricoltura ulteriori aree che facevano parte dell'alveo naturale. A difesa di questi manufatti o in loro sostituzione troviamo, su quasi tutta la sponda, i "gabbioni" detti localmente "borghe", reti metalliche riempite di ciottoli di grosse dimensioni.
Altri manufatti chiaramente visibili sono il ponte in muratura, la traver­sa a valle del ponte e la traversa selettiva. Il ponte unisce il centro abitato di Spilamberto ai territori dei comuni di S. Cesario e Savignano sul Panaro. La traversa si trova a circa 250 m. a valle del ponte. La traversa selettiva è un'opera che fa parte della cassa d'espansione del Panaro le cui strutture principali si trovano nei comuni di Modena e S. Cesario. È situata nel fiume dove termina via Castellaro.
Immediatamente a ridosso degli argini e quindi morfologicamente nella zona dell'alveo, esistono depressioni artificiali provocate da vecchie attivi­tà estrattive o da cave in esercizio. Circa 500 m. a monte del ponte troviamo vecchie cave in disuso nelle quali emerge la falda che ha contribuito alla co­stituzione di un habitat umido. Nella zona a valle, dove hanno termine le vie Castellaro e Ghiarole, tuttora sono in esercizio ampie e profonde cave collegate alle attività dei frantoi che sorgono sulla sponda opposta e del fran­toio che si trova in località Corticella.
Un'intensa canalizzazione hanno subito anche il torrente Guerro e il Rio Secco; quest'ultimo in modo molto evidente nel tratto dal ponte sulla pro­vinciale per Castelnuovo Rangone sino alla foce in Panaro. In questi affluenti troviamo piccole briglie, soprattutto in prossimità di ponti, qualche arginatura e scarichi sia a cielo aperto che intubati, provenienti dalle aree circo­stanti.
Esistono, infine, manufatti particolari costruiti dove un canale interseca gli affluenti. Il canale Diamante attraversa il Sio Secco tramite un sottopas­saggio, mentre supera il torrente Guerro con un soprapassaggio. Il canale S. Pietro attraversa il rio Secco e il torrente Guerro per mezzo di due sotto­passaggi.

b) costruzione di corsi d'acqua artificiali.
I corsi d'acqua artificiali furono costruiti allo scopo di drenare le acque superficiali, per servire all'irrigazione dei campi coltivati e anche, sino a circa 20 anni fa, per produrre energia. Il canale S. Pie­tro, le cui acque derivano dal Panaro, scorre su linee di minima pendenza rimanendo sempre a quote più alte rispetto al fiume. Questa caratteristica consente al canale di assumere sia la funzione di elemento di drenaggio, rac­colta di acque, che quella di mezzo per l'irrigazione tramite la rete di fossi. Questi fossi ritornano al canale stesso oppure giungono al canale Diamante che scorre a quote più basse. Dal Diamante poi si dirama un'altra rete di fossi che scarica le sue acque direttamente nel fiume. Tuttavia con l'andar del tempo il canale Diamante ha diminuito la sua funzione di irrigazione, diventando invece collettore fognante delle acque provenienti soprattutto dal capoluogo. Alcuni fossi, che un tempo derivavano dal Diamante per irriga­re, ora non ricevono più l'acqua dal canale, ma servono unicamente per drena­re i terreni circostanti. L'interazione tra fossi e canali è regolata da un siste­ma di paratoie ben visibili, soprattutto lungo il canale S. Pietro; ciò consente di utilizzare gli stessi corsi d'acqua sia per il drenaggio che per l'irrigazione. La costruzione dei canali ha condizionato anche i processi di urbanizza­zione del territorio. Infatti lungo il percorso del canale S. Pietro furono co­struiti e si trovano, anche se in disuso,una centralina idroelettrica e vari mulini. La centralina elettrica si trova all'interno dello stabilimento SIPE "basse". I mulini, azionati tramite le ruote idrauliche o le turbine, sfrutta­vano direttamente l'energia dell'acqua del canale. Questi, tuttora rintrac­ciabili sulla carta topografica, sono: Pila Vincenzi, mulino di S. Pellegrino, mulino di Rio Secco, mulino Cavidole.

c) costruzione dei pozzi.
Per pozzo si intende un manufatto che serve a prelevare acqua dalle falde. Oltre allo sfruttamento delle acque superficiali sia naturali che artificiali, nel comune di Spilamberto si ha una notevole utilizzazione delle acque sot­terranee di falda mediante il prelievo con i pozzi. Ciò è facilitato dal fatto che, essendo il territorio in una zona di conoide, ricca di materiali permea­bili, si ha una cospicua ricchezza di acqua sotterranea.
Dai dati rilevati nel territorio, escluso il capoluogo, sono stati censiti cir­ca 400 pozzi aventi una profondità da un minimo di 10 m. ad un max di 170 m., con una media di circa 50 m. Oltre il 50% del territorio è caratterizzato da un prelievo che varia dai 500 ai 2500 litri al giorno per ettaro e ciò com­porta un notevole sfruttamento delle falde. Gli usi più frequenti che si fan­no di questi pozzi sono: irriguo, domestico, industriale, zootecnico e acque-dottistico.

2.3 IL SUOLO
Praticamente tutto il suolo del territorio ha subito interventi dell'uomo, quindi nessuna area può essere considerata completamente naturale. In ri­ferimento alla gestione del suolo da parte dell'uomo le aree possono essere divise in due grandi raggruppamenti:

a) Aree adibite all'agricoltura e all'allevamento.
Il territorio del comune di Spilamberto, facendo parte quasi interamente dell'alta pianura modenese, si presta ad uno sfruttamento agricolo molto intenso. Le coltivazioni sono fatte su appezzamenti squadrati che in parte ricalcano l'antica centuriazione romana.

La centurìazione romana
I Romani dividevano i territori occupati, al fine dello sfruttamento agri­colo, in centurie, quadrati aventi il lato di circa 710 m. Questa suddivisio­ne del territorio permetteva di misurare più facilmente i terreni delle zone conquistate da assegnare ai coloni e favoriva una ordinata sistemazione di bonifica agraria ed una facile amministrazione catastale. Il suo nome deriva dal fatto che, in origine, una centuria veniva assegnata a cento possessori, ad ognuno dei quali andavano due iugeri (circa 5000 mq.). Le centurie erano delimitate da strade, fossi e siepi. Le tracce di questo assetto del territorio sono in alcuni casi tuttora visibili.

II terreno, prevalentemente ghiaioso e con una falda poco profonda, si pre­sta alla coltivazione di frutteti. Per questo motivo anche il territorio di Spilamberto fa parte della zona tipica di produzione della ciliegia di Vignola. Negli ultimi anni però questa naturale predisposizione ai frutteti è stata tra­scurata per lasciar posto ad altre colture scelte per ragioni di mercato.
Le coltivazioni che troviamo sono:
seminativo 

frutteti

vigneti

vivai

altri
Per quanto riguarda la zootecnia è sviluppato soprattutto l'allevamento dei bovini e dei suini.
L'allevamento di bovini è legato alla produzione di parmigiano-reggiano in quanto tutta la provincia di Modena fa parte del comprensorio di origine del suddetto formaggio. Nel territorio comunale sono allevate 3000 vacche che producono circa 106000 q. di latte. Esse sono distribuite in 132 stalle di cui circa 69 di modeste dimensioni, cioè con meno di 15 capi. Le stalle citate, oltre a produrre latte, allevano circa 2000 bovini da ingrasso, che tut­tavia sul territorio sono in totale 4000 per la presenza di una stalla, a Corticella, specializzata nella produzione di carne.
L'allevamento di suini, spesso legato alla produzione di parmigiano-reggiano dei caseifici, conta 27000 capi stimati riportandoli alla media di ] 80 kg. ciascuno, distribuiti in 30 porcilaie, molte delle quali di piccole dimensioni.
Viene praticato inoltre, anche se in misura più ridotta, l'allevamento di conigli e galline.

b) Aree adibite agli insediamenti urbani, produttivi e alle loro infrastrutture.

bl) Insediamenti urbani. 
Il nostro territorio presenta testimonianze di insediamenti urbani risalenti alla preistoria. I reperti archeologici sono visibili presso il museo archeolo­gico di Modena e presso il museo sito nel torrione di Spilamberto.
Come in tutta la pianura padana anche in questa realtà si è affermato un insediamento sparso nelle campagne, dovuto al tipo di agricoltura già cita­to, la centuriazione. La popolazione, distribuita in case sparse, ha ricercato punti di aggregazione che andavano poi a costituire centri minori come S. Eusebio, Baranzona, S. Pellegrino ecc. e centri maggiori come S. Vito.
Spilamberto è senz'altro di costituzione più recente perchè nasce, come castello voluto dal comune di Modena, nel XIII sec. Fino agli anni 1940-50 l'incremento degli insediamenti è stato piuttosto contenuto, infatti anche il capoluogo fino a quegli anni è rimasto praticamente racchiuso all'interno della cerchia muraria. In seguito, col mutare delle attività economiche, si è avuta una grossa espansione urbana del capoluogo con una relativa dimi­nuzione di popolazione degli insediamenti sparsi.
Il centro urbano di Spilamberto è classificabile in tre fasce diverse:

- l'area compresa tra l'antico tracciato delle vecchie mura, costituita da edi­fici che risalgono ad un'età che va dalle origini del paese fino al secolo scor­so. La struttura urbanistica della zona è costituita da strade strette, ortogo­nali tra loro e fiancheggiate da portici.
- l'area edificata fino al 1960 presenta costruzioni di dimensioni modeste e legate alle abitudini e alle tradizioni contadine, per cui si hanno edifici uni-famigliari o a schiera, dove possiamo trovare facilmente orti e giardini pri­vati.

- l'area edificata dopo il 1960 presenta un'evoluzione dalla casa singola al condominio, tipica di una società industrializzata.
 I centri minori, invece, non sono cresciuti urbanisticamente e hanno man­tenuto l'antico aspetto. S. Vito ha avuto un incremento nel numero degli edi­fici, pur mantenendo la struttura abitativa tipica delle campagne emiliane, l'insediamento sparso.


b2. Insediamenti produttivi

Per insediamenti produttivi si intendono gli spazi destinati alle attività di trasformazione delle materie prime, attività che possono essere sia industriali che artigianali.
Nel lungo arco di tempo in cui il territorio ha avuto uno sviluppo preva­lentemente agricolo, gli insediamenti produttivi hanno trasformato mate­rie prime del luogo. Quelli più tipici di cui si trova ampia testimonianza so­no i caseifici, molti dei quali sono tuttora in esercizio, ed i mulini. Sia gli uni che gli altri hanno una collocazione funzionale agli insediamenti agricoli, quindi una distribuzione sparsa.
All'interno del capoluogo, oltre alle tradizionali attività artigianali, come il fabbro e il falegname, esisteva fin dal 1610 una significativa attività tes­sile praticata nella filanda, l'edificio che è attualmente sede della Biblioteca comunale e della succursale della Scuola Media.,Essa utilizzava l'energia fornita dalle acque del canalino Castellano.
Nel XVIII sec. era già presente al confine sud del comune la fabbrica di polvere pirica del duca di Modena, oggi ex SIPE, che sfruttava anch'essa l'e­nergia idraulica dell'acqua del canale S. Pietro. Con lo sviluppo industriale recente le attività produttive abbandonano in gran parte il centro urbano andando ad occupare aree appositamente attrezzate. 
Oggi le attività produttive più significative non sono rigidamente legate alla realtà locale, ma interagiscono con realtà territoriali più ampie. Ad esem­pio le industrie metalmeccaniche del paese producono componenti per dit­ti nazionali ed estere.



b3. Infrastrutture


3.1 Viabilità 
La struttura viaria odierna del territorio comunale rispecchia, nel suo sche­ma, quella disegnata nella "Mappa descrittiva del territorio comunale di Spilamberto e sue ville aggregate di Castelnuovo in piano e S. Vito" del 9 luglio 357 e redatta dall'ing. Gaetano Magelli. Infatti in essa compaiono:
- strada provinciale per Modena oggi statale modenese strada per Castelnuovo oggi via per Castelnuovo
- strada per S. Vito oggi via per S. Vito

- strada del canale oggi via Cervarola
- strada per S. Liberata oggi via S. Liberata

- strada Coccola oggi via Coccola
- strada provinciale per Vignola oggi statale vignolese
- via del Borgo oggi via Passetto
- via per S. Cesario oggi via Castellare
- strada delle Ghiarole oggi via Ghiarole
Le modifiche più importanti oltre ad allargamenti, cambiamenti del fondo e alcuni raddrizzamenti, riguardano la scomparsa dei guadi a causa della costruzione del ponte sul Panaro.
La rete viaria per molto tempo non ha subito profonde modificazioni perchè la struttura ferroviaria, oggi inesistente, è stata dalla fine dell'800 alla metà del'900 il mezzo principale di trasporto di merci e persone. Due erano le linee ferroviarie: la Modena-Vignola e la Spilamberto-Bazzano per attua­re la quale si costruì il ponte sul Panaro.
Nel dopoguerra la concorrenza dei mezzi di trasporto su gomma ha fatto diminuire progressivamente l'impor­tanza della ferrovia fino alla sua scomparsa. Questo fatto ha determinato, a livello nazionale, una spinta alla costruzione di strade sempre più ampie e scorrevoli. Il territorio di Spilamberto ha risentito della costruzione del­l'autostrada del Sole perchè ha acquistato maggiore importanza il collega­mento stradale Modena-Vignola.

b3.2 Acquedotto
L'acquedotto del territorio comunale serve il 95% circa delle famiglie re­sidenti. L'impianto è costituito da:

1) tre torri piezometriche così distribuite:
- in via Coccola la torre principale, avente l'altezza di 50 m. e la capacità di 1200 mc;
- in località Collecchio la torre secondaria, avente la capacità di 130 mc;
- in località S. Vito la torre secondaria avente la capacità di 250 mc.

2) una serie di pozzi, tra i quali i più importanti per portata e quantità d'ac­qua, si trovano vicino all'alveo del fiume Panaro, ai margini di via Ca­stellare
3) due vasche interrate, con relativo impianto di sollevamento e di pota­bilizzazione, presso le torri di via Coccola e di S. Vito.
4) una rete di tubi per il trasporto dell'acqua.
L'acqua prelevata dai pozzi viene spinta, mediante elettropompe sommerse, verso le vasche interrate dove subisce il trattamento di sterilizzazione me­diante iniezione di biossido di cloro. Dalle vasche l'acqua viene inviata o sul serbatoio pensile della torre oppure nelle altre torri piezometriche. Normal­mente l'acqua raggiunge gli utenti attraverso la rete di distribuzione, sfrut­tando il principio dei vasi comunicanti.



b3.3 Rete fognaria
I collettori principali raccolgono le acque da collettori secondari, le fo­gne, che seguono la rete stradale urbana. Si può notare che:
- le zone che non sono collegate con la rete dei collettori principali immet­tono le loro acque di scarico, dette anche reflue, con modalità diverse in fossi, canali, suolo e sottosuolo.
- le principali attività produttive hanno un sistema di dispersione delle ac­que reflue autonomo, non collegato, di solito, alla rete fognaria pubblica.
- la rete fognaria ricalca, seppur in modo limitato, il sistema canali-fossi anteriore all'espansione urbanistica. L'attuale assetto della rete fogna­ria è stato definito negli ultimi quindici anni. In precedenza esistevano singoli impianti fognari, non collegati, che immettevano direttamente le acque reflue nel più vicino fosso, canale, torrente e talvolta anche nel Panaro.



b3.4 Rete elettrica
Attualmente tutto il territorio è servito da una funzionale rete elettrica. L'energia elettrica non viene prodotta in loco, ma viene prelevata dalla rete nazionale ad alta tensione, 130000 volt e trasformata nella centrale di tra­sformazione che si trova in via per Castelnuovo.

b3.5 Metanodotto
Oltre che dall'energia elettrica, il territorio è servito da un'altra forma di energia: il gas metano. L'impianto serve oltre il 90% delle abitazioni e quasi completamente le attività produttive. Questo gas viene prelevato dalla rete nazionale della SNAM nella quale confluiscono le varie fonti di approvvigio­namento dello stato italiano.


 

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