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Il dialetto spilambertese

Ritratto Renato PeriA Cura del Dott. Renato Peri
Il dialetto è morto. Si lascia sballottare su cattedre universitarie e su palchi di convegni; ha ancora qualche sussulto involontario quando lo stendono su una tavola rotonda; ma l’elettroencefalogramma è piatto, il dialetto è clinicamente morto. Mi dispiace dare in termini così crudi una notizia tanto angosciosa, ma non sempre le verità sono liete e consolanti. Un dialetto rinasce e vive continuamente, fin che vive, sulla bocca di chi lo parla, di chi lo parla perché è la sua unica lingua – o, se il parlante ne conosce anche altre, perché il dialetto è la lingua che ha impressionato per prima il suo cervello e i suoi organi della fonazione perché usciva dalla bocca della mamma e delle nonne; ma ormai, in maggioranza, gli Spilambertesi che parlavano il dialetto come lingua materna sono morti: resistiamo ancora noi vecchi, che però ci siamo adattati, anche noi, all’italiese della televisione, e che in ogni caso non dureremo ancor molto.
Spariti noi, e spariti anche i nostri amici un po’ più giovani, il nostro dialetto – o, piuttosto, quel che del nostro dialetto ha potuto rimanere scritto – si troverà nelle condizioni del latino delle lapidi, vt vniversis testimonivm extaret qvanta svavitate et concordia simvl vixerimvs: una lingua morta, che bisogna studiare per potere capirla, e magari anche parlarla (ho udito io stesso, pochi anni fa, il professor Guido Angelino – che, evidentemente, il latino l’aveva studiato – parlare quaranta minuti in un congresso internazionale, improvvisando, in un latino non ciceroniano, ma vivace e preciso, evangelico). Ecco, io non so se i nostri posteri avranno il tempo e la voglia di conoscere la lingua dei loro antenati; ma mi piacerebbe che potessero farlo: perché in quella lingua una quantità di uomini e di donne, di vecchi e di bambini, hanno detto una quantità di cose, non tutte buone e non tutte vere ma che esprimevano tutta la loro vita e anche qualcosa di più: il lavoro gli amori le speranze le paure le avversioni le scoperte la fiducia, il terrore dell’aldilà e la fede che ne assicura i galantuomini... Perché dovrebbero, i posteri, continuare a fermarsi a bocca aperta davanti al Colosseo, che in fondo era semplicemente l’incrocio fra un teatro e un bordello e un mattatoio, e non davanti alle reliquie di una lingua che non soltanto testimonia ma che è una vita, e non una vita di spinaci e cavallette (che pure è cosa sacra e venerabile), ma di umani, che hanno vissuto e gioito e sofferto come noi, e forse – perché erano di sensi più semplici e più freschi – più di noi?

L’archeologia del dialetto, a Spilamberto, ha una difficoltà in più (cosa normale, questa, se ai ammette che il nostro non è un paese “normale”): ed è questa, che a Spilamberto si parla, o si parlava, due dialetti, abbastanza diversi per essere immediatamente distinguibili.
Il primo è il dialetto delle famiglie antiche di Spilamberto (cioè originarie dello Spilamberto murato) e degli immigrati che nel primo decennio del Novecento l’hanno fatto proprio, per mimetismo o per altre ragioni. Si tratta di un dialetto che nella pronuncia risente della vicinanza del Bolognese (che fino a poco fa era appena de-dlà da l’āqua) e nell’andamento ha una certa somiglianza con quello del dialetto modenese.
In questo dialetto – che per convenzione chiamerò “nobile”, in quanto proprio degli ottimati indigeni, ma che è parlato anche da discendenti di braccianti e di birocciai – ‘fiore’ è fiòur, ‘piacere’ è piaśèir, e così via; e fino a quarant’anni fa vi si riscontrava forme arcaiche eguali a quelle analoghe bolognesi, al-vôs, i-vôsen (“volle”, “vollero”), invece delle moderne al-vlé, i-vlén, e ’l-andò, i-andôn (“andò”, “andarono”), invece delle moderne ’l-andé, i-andén.
Il secondo è il dialetto che chiamerò “plebeo” in quanto comune (pure con diverse sfumature) agli immigrati dei primi decenni del secolo scorso: braccianti, artigiani, ex-agricoltori, provenienti dalla fascia di campagne che si stende da Sud a Nord-Ovest del paese fino a Vignola, Ruola, Castelnuovo Rangone, Ponte Guerro. In questo dialetto ‘fiore’ è fiör, ‘piacere’ è piaśër, e così via; i verbi hanno una coniugazione standard che si può considerare “moderna”; le particolarità del vocabolario e della pronuncia si sono smussate in una koiné nella quale è ormai difficile scoprire le ascendenze dei singoli utenti. Questo dialetto “plebeo” è quello che ho appreso dai miei nonni e dai miei genitori, del quale ho rilevato i caratteri nella parlata di un certo numero di Spilambertesi, e nel quale mi esprimo tuttora. Mi sembra che, se non si tien conto degli immigrati degli ultimi cinquant’anni (la cui lingua materna è in genere un dialetto di altre regioni o un idioma forestiero), questo secondo dialetto sia parlato a Spilamberto da una minoranza di vecchi del paese; ma una minoranza numericamente considerevole (e direi, per ragioni genetiche e anagrafiche, in lenta espansione), e che ha a Spilamberto le sue radici da sessanta-cent’anni. Ciò mi autorizza (penso) a chiamare il linguaggio nel quale sono nato, e che ancora è il mio, dialetto spilambertese allo stesso titolo di quello delle famiglie antiche del paese.

La situazione ha un aspetto – personalmente, se vogliamo dir così – melanconico, che è questo: che nelle cose dialettali che ho prodotto (p. es. il Vocabolarièin spilambertëś del 2005), o che sto elaborando, una metà degli Spilambertesi che ancora parlano il dialetto non possono riconoscersi, benché sicuramente vi sentano una parentela. Fortunati i paesi nei quali si parla un solo dialetto! Tra le sue peculiarità, che lo rendono unico fra molti paesi, Spilamberto ha anche questa, meno gradevole – alla quale, per qualche decennio ancora, bisognerà pure rassegnarsi.
Nato spontaneamente e ignaro di sé dal ceppo comune gallo-latino, il pollone del dialetto modenese pedemontano s’è sviluppato – come tutto il folto degli altri dialetti padani – in maniera brada e stenta intorno al fusto principale della lingua (cioè del modo di esprimersi delle persone che avevano consapevolezza delle origini del loro linguaggio), ripetendone per consonanza biologica i modi e le forme e risentendo egualmente – anzi in maggiore misura, in ragione inversa delle proprie risorse intrinseche – dei rigori climatici e delle alluvioni barbariche; e di queste conservando nel vocabolario le cicatrici più vistose.
Posto questo criterio, direi che per parlare e scrivere (e leggere, e capire) il dialetto spilambertese è sufficiente conoscere la grammatica italiana (che debbo dare per conosciuta); ma tenendo conto delle alcune poche particolarità che derivano al dialetto dall’essere per se una lingua di villani analfabeti, venuti su senza un’educazione: particolarità che ho esaminato e ordinato nel mio Nonna Gilda e Schmerzenreich (Spilamberto, El Quātr’Āri, 1986). Qui basterà aggiungere due avvertenze sintetiche (che chi vi sia interessato troverà in forma più estesa nel citato Nonna Gilda...):
1 - Il dialetto è una lingua di poveri e di incolti: esso è capace di esprimere tutti i sentimenti e i bisogni e le operazioni di queste classi di persone, ma non ha gli strumenti per le speculazioni della scienza e della filosofia né per i geroglifici dell’amor cortese. A-’l savī pór ch’ a-v’ vói bèin, Al putèin ’l-à avū el fërs, A-nn’ avám pió un sôld da śbātr’ atāch a cl’ êter, sono espressioni dialettali native, prive di forzature, legittime; ma Sempre caro mi fu quest’ermo colle, Per causam sui intelligo id, cujus essentia involvit existentiam, Presso è il dì, che, cangiato il destin rio, / rivedrò ’l viso, che fa invidia a i fiori, sono impensabili, e intraducibili, in dialetto: provare per credere.
2 - Debbono considerarsi termini ed espressioni dialettali legittimi quelli antichi, qualunque sia il loro grado di somiglianza con l’italiano; e anche quelli recenti, ricalcati su neologismi italiani. Sono vero dialetto tanto St’ êtra stmāna a-tacám a mëder, ’L-é méi bávr’-e-’n un tināz che strusiër-e-’n ’na gáza, quanto A-s’ é strapê al chêv dla friziòun, Sèint al citôfon ’s’ i-völen. Non sono vero dialetto i termini e le espressioni ricalcati recentemente sull’italiano mentre ne esistono gli equivalenti spontanei dialettali: I tréll di pasarèin ch’ i-s’ pôgen sul davanzêl (correttamente: I zīgh di pasarèin ch’ i-s’ pôgen d’cô al bancalát dla fnêstra); Sèint cla vāca ’s’ la-mugés (correttam.: Sèint cla vāca’s’ la-mòuntla, o ’s’ la-muntêla); I-s’ āmen apasionatamèint (correttam.: I-s’ völen dimóndi dimóndi bèin).

Dott. Renato Peri

 

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